Vet Forum
- La puppy class come occasione di un’educazione a 360 gradi
- By Dr.Castelli - Dr. Moretti del: 24 February 2011
- Category: ETOLOGIA-COMPORTAMENTO
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LA MADRE
In maniera non dissimile, certamente in accordo alle proprie tipicità cognitive, questo accade anche ai cani, dove la madre in modo predominante e poi il resto del branco si impegnano a indurre nei propri cuccioli la medesima impregnazione di specie con le relative competenze culturali e comunicative e con il medesimo fine di integrazione sociale e di stabilità filogenetica. È ormai stato decodificato l’indispensabile intervento pedagogico della madre che insegna ai cuccioli in maniera, osiamo dire, consapevole ed intenzionale, la sedazione dell’eccitamento e delle tendenze iperattive, il controllo del morso, la gerarchizzazione alimentare, la ritualizzazione dell’aggressività e la codifica e decodifica comunicativa intraspecifica.
A questo inappuntabile percorso formativo, indispensabile per la corretta costruzione ontogenetica del singolo cucciolo, la medicina comportamentale ne affianca un altro, questa volta gestito dall’uomo - naturalmente un professionista qualificato - capace ad un tempo di assecondare il primo, magnificandolo ed eventualmente correggendo in tempo utile le anomalie comportamentali riscontrate, e di completare l’educazione del piccolo cane in senso interspecifico, affinché fin da subito impari ad interagire all’interno di una famiglia mista comprendendone il proprio ruolo, la propria collocazione e i propri compiti.
PET EDUCATION
Nasce così la pet education - letteralmente educazione dell’animale d’affezione - come intervento di vera e propria pedagogia cinofila attraverso il quale si tenta di promuovere un armonioso sviluppo della personalità del cucciolo di cane, in primo luogo garantendone la naturalità e poi rafforzandone la socializzazione ed esaltandone le potenzialità cognitive. L’ideale progetto d’intervento dovrebbe partire nei primi due mesi di vita dell’animale, presso l’allevatore o comunque presso la famiglia di provenienza, per poi continuare nel nuovo gruppo sociale che adotta l’animale.
La medicina comportamentale insegna come la maggior parte delle patologie di cui si occupa risiedano proprio in questo primo periodo vitale in cui il cucciolo vive una condizione di estrema plasticità neuronale e psicologica e anche una condizione di amplificabilità emotiva, per cui tutto il vissuto è caricato di profondità e risonanza nel costituendo apparato psichico. Da qui la costruzione della soglia dell’omeostasi emozionale, ossia il gradiente cognitivo-sensoriale su cui l’animale impara a tarare la propria costanza fisiologica e a costruire la propria competenza adattativa, base a sua volta anche del suo livello di confidenza in se stesso e quindi della sua espressione qualitativa e quantitativa di esplorazione dell’ambiente. Va da sé pertanto quanto avere a disposizione uno spazio ricco e una pluralità di attività percettive possano migliorare il potenziale psicodinamico del cucciolo sia sociale che contestuale e al contrario, quanto un ambiente povero non permetta la costituzione di una personalità psico-fisiologica sufficiente ad affrontare il mondo reale.
La sindrome da privazione sensoriale inquadra proprio tecnicamente le risultanti comportamentali alterate di questa premessa educativa limitante, responsabile di portare il cane ad un approccio fobico verso un ambiente percepito ostile, che può degenerare in uno stato di ansia permanente e persino, con il tempo, in una depressione cronica.Un altro fattore importante nella formazione del cucciolo di cane è – come si evince da quanto accennato precedentemente - la possibilità di rimanere con la mamma e il resto della cucciolata per il tempo necessario per l’acquisizione dell’identificazione di specie e per l’apprendimento dei codici comunicativi intraspecifici, ossia per le prime sette, otto settimane e la trasgressione di questo dettato naturale, purtroppo molto comune, può innescare una serie prolifica di patologie comportamentali che saranno poi di difficile risoluzione, finendo per essere psicologicamente invalidanti.
Basti pensare alla sindrome definita dalla scuola francese come dissocializzazione primaria che si sostanzia in un’incompetenza comunicativa intraspecifica totale, per cui il cane non assume posture di sottomissione, non ha assimilato la gerarchizzazione alimentare e pertanto mostra aggressioni da irritazione, da dominanza con ringhio contemporaneo al morso, che non è affatto inibito, e sfocia infine in un’ansia intermittente, nei cani di piccola taglia, e persino in iperaggressività secondaria con strumentalizzazione.
Altra patologia legata a questo errore di gestione del cane nell’età evolutiva è la depressione da distacco precoce, che blocca l’energia esistenziale del cucciolo portandolo ad evitare il gioco, l’interazione, il cibo e anche il sonno e rendendolo ipersensibile ai rumori e alle manipolazioni e non avendo potuto instaurare con la madre un legame duraturo ed efficace sul piano adattativo, gli mancano tutti gli elementi rassicurati e stimolanti per l’apprendimento che sono fisiologicamente, oltre che psicologicamente, legati all’attaccamento materno. Sempre a causa di questo deficit del corretto sviluppo comportamentale, associato ad una corrispettiva incompleta maturazione delle vie dopaminergiche, è la sindrome di ipersensibilità/iperattività (HS-HA) dove il cane sviluppa sequenze comportamentali caratterizzate da lunga fase consumatoria ed assenza fase di arresto.
Tutto questo ci suggerisce quanto sia fondamentale la buona gestione di questa primissima fase, così importante per la vita futura del cane e pertanto quanto di fatto sia utile a tal riguardo la possibilità da parte di un etologo, in collaborazione sinergica con un medico veterinario comportamentalista, di intervenire nella formazione e nell’assistenza di allevatori e tutori di cani.
Il metodo elettivo per la Pet Education è scandito da quei corsi integrati definiti simpaticamente con la terminologia anglosassone di puppy parties e puppy classes, che coinvolgono i cuccioli rispettivamente di due e tre-cinque mesi e le loro relative famiglie adottive, e che devono contenere tutti gli argomenti importanti per una buona gestione della relazione interspecie, ossia in primo luogo devono rendere chiara la metodologia comunicativa del cane e i meccanismi della socializzazione primaria e secondaria, quindi devono spiegare l’utilizzo corretto dei premi e delle punizioni e dell’effetto che conseguono sulla psiche e sull’emotività dell’animale e quindi sul comportamento.
Per ultimo devono fornire le indicazioni su come educare il cane a sporcare correttamente, a lasciarsi manipolare e toelettare, a interagire con proprietà con le persone e i conspecifici, a esibire una buona condotta al guinzaglio e ad interpretare il giusto ruolo all’interno di una famiglia che si comporta nei suoi riguardi in maniera affettuosa quanto coerente e prevedibile.
Immediati sono i vantaggi formativi per il pet, attraverso un percorso che facilita sia la socializzazione primaria, grazie al gioco controllato con altri cuccioli, in cui si monitorizza e corregge la sua competenza relazionale, sia quella secondaria facilitandone l’incontro con un nutrito numero di figure umane, diverse per età, sesso e tipologie morfologiche in modo da permettergli un campionamento sufficiente a garantirgli un buon livello di relazionalità con la specie umana. Imparare inoltre ad accettare la manipolazione da parte dei familiari e di estranei contribuisce a sottolinearne la socievolezza e la docilità, mentre l’acquisita competenza etologica della propria famiglia adottiva gli consentirà di avere una chiara definizione del proprio ruolo all’interno del branco-famiglia e dei propri doveri da attendere, elementi basilari per il suo benessere esistenziale.
A questo si aggiunga la possibilità di godere di un progetto formativo capace di promuovere l’attivazione mentale attraverso una policroma e ben pianificata programmazione di stimolazione cognitiva, capace di implementare le potenzialità del soggetto. Ma forse il maggior vantaggio per il cane risiede proprio nella già accennata competenza dei suoi congiunti umani, ormai quasi tutti capaci, per la semplice evoluzione culturale dei tempi, di evitare l’errore di reificarlo, trattandolo come un oggetto di possesso di cui disporre secondo i propri capricci – motivo della maggior parte dei maltrattamenti del passato – ma che ora vengono educati a non cadere nell’errore complementare di antropomorfizzarlo, trattandolo come un piccolo uomo, come un proprio cucciolo, adottando un modello relazionale interumano – motivo di una gran parte delle patologie comportamentali del presente.
Invece per stabilire una buona relazione con il proprio cane è indispensabile, al di là di qualsiasi gradiente empatico ed affettivo che giustamente attiene alla relazione stessa contestualizzandosi in virtù della tipicità dei soggetti che si incontrano, sapersi approcciare a lui secondo la sua cultura di specie.
D’altra parte l’etica della differenza richiede non già di amare chi si incontra, solo perché ci è simile o perché tale lo sentiamo e di conseguenza lo trattiamo in analogia ai nostri algoritmi culturali, al contrario pretende di accettare l’altro per l’essere che è e di cui è doveroso riconoscerne le tipicità da noi dissimili, relazionandoci con lui secondo i dettati della sua cultura, movimento che garantisce nel contempo il pieno arricchimento della nostra sensibilità e conoscenza, proprio attraverso l’autentico rispetto dell’altro e questo è il reale processo che prende il nome di: DIALOGO .Ma la competenza etologica è senza dubbio un vantaggio anche per la componente umana della famiglia interspecie, perché permette un buon livello di controllo del cane e il modellamento del suo comportamento, a beneficio di una serena e positiva convivenza. Ma la puppy class impartisce anche elementi di comunicazione canina, capace di permettere una lettura esaustiva della semiosi espressiva del cane, ivi compresa la caleidoscopica gamma dei segnali calmanti e a sua volta di una produzione comunicativa altrettanto corretta, in tutte le sue dimensioni: linguistica, paralinguistica, posturale, prossemica e di gestione dello spazio, delle risorse e delle iniziative in generale. Inoltre durante il corso vengono fornite, oltre a quelle comportamentali, importanti informazioni sanitarie e legali utili per la gestione del cane, al fine di prevenire l’instaurarsi di abitudini errate che possono causare danni alla salute del cane o conseguenze legali spiacevoli.
Ma anche il veterinario è avvantaggiato dall’organizzazione delle puppy parties e puppy classes, perché in primo luogo, grazie alla familiarizzazione dei cuccioli con l’ambulatorio e il lettino da visita e all’abitudine alla manipolazione da parte di estranei, saranno facilitati l’esame obiettivo e quelli strumentali in sede diagnostica; inoltre l’anticipata e prolungata frequentazione con il cucciolo durante il percorso formativo in esame, metterà in grado il medico di emettere diagnosi precoci sia somatiche sia comportamentali, a vantaggio di una maggiore efficacia prognostica. In aggiunta a ciò la relazionalità a forte impatto empatico e carismatico che un corso del genere richiede per poter essere svolto in modo adeguato, aumenta di fatto la compliance dei familiari del cane nei suoi confronti a tutto vantaggio di qualunque provvedimento terapeutico sarà necessario e, come è intuibile, tutto questo contribuisce anche ad una fidelizzazione del paziente che, sebbene non sia mai il fine primo del lavoro di un medico, di sicuro però garantisce una continuità della relazione terapeutica a vantaggio soprattutto del paziente.
Da ultimo, questo protocollo operativo ha un risvolto benefico anche sull’intera collettività cittadina, in primo luogo perché una maggior competenza sanitaria generalizzata combatte la diffusione di malattie infettive e infestive, ivi comprese le zoonosi, quindi con notevole risparmio per la spesa pubblica. Inoltre un’altrettanto diffusa competenza legale sui diritti del proprio pet e sui doveri dell’owner nei confronti suoi e di terzi – proprio in accordo con quanto previsto dall’Ordinanza Martini – garantisce una migliore convivenza tra cittadini a due e quattro zampe.
È infine evidente e particolarmente importante che se si raggiunge un buon controllo sul proprio cane, stabilendo una relazione corretta e soddisfacente in modo reciproco, con decrescita pertanto del numero di relazioni ingestibili, perché intollerabili od incompatibili con il benessere o addirittura l’incolumità stessa della famiglia adottante, sarà di certo minore il numero degli abbandoni al canile comunale o convenzionato, con un’ulteriore notevole diminuzione del peso sul bilancio pubblico.
Esiste peraltro un ulteriore risvolto utilizzabile di questo protocollo di pedagogia del dialogo interspecie, laddove la si inserisca all’interno di un intervento di educazione animale-assisitita (AAE) rivolta ai minori. È possibile infatti creare un progetto di antropozoologia pedagogica rivolta ad un bambino o ad un adolescente oppure ad una classe non molto numerosa, che non superi i cinque elementi, da affiancare all’etologo e al veterinario comportamentalista, nella gestione della puppy class, con una serie variegata di obiettivi specifici diretti a loro che certo partono da quelli cognitivo-informativi, finalizzati alla formazione di una competenza etologica di base, necessaria a conoscere gli algoritmi comportamentali della specie coinvolta e un’abilità comunicativa sia di lettura che di produzione tra l’uomo e il cane. A questi si aggiungono poi gli obiettivi relazionali che, agendo per formare una complicità empatica e dialogica con i cuccioli inseriti nel programma, di fatto potenziano le capacità di socializzazione sia inter- che intra-specifiche degli educandi, poiché una volta appreso, il processo dialogico ha prevedibili ritorni anche nei rapporti interumani.
Da ultimi, ma essenziali, gli obiettivi educativi, cuore del progetto stesso, che insistono sulla capacità di decentralizzazione dei giovanissimi dal proprio egocentrismo naturale, permettendo loro di imparare nuovi elementi informativi e metterli a disposizione per il benessere non proprio, ma di altri individui e il fatto che questi poi appartengano ad un’altra specie, per tutte le implicanze addotte prima, trasforma il progetto in un’ottima occasione di formazione all’etica della differenza e allora giova ricordare, in un periodo come l’attuale in cui quanto mai è necessario costruire un’apertura dialogica interculturale, soprattutto tra le nuove generazioni, che il sentimento antirazzista si può formare in due modi: o come frutto di un approccio esterno, andando incontro all’altro attraverso un complesso coinvolgimento culturale, capace di offrire una guida antropologica che segni e armonizzi le analogie e le differenze tra la propria realtà culturale e quella dell’altro che si incontra, oppure da un moto interno che nasce come spontaneo ritorno naturale di chi ha imparato, proprio attraverso il dialogo interspecie, a vivere un vero sentimento antispecista.

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